John Thomson: un tragico destino


celticthomson7.jpgQuello di John Thomson, giovane stella caduta prematuramente quando già aveva trovato uno spazio importante nel firmamento del calcio scozzese, è uno dei capitoli più tragici nella storia del Celtic. Nato nel 1909 a Cardenden, villaggio di minatori nei pressi di Glasgow, John si era innamorato presto del football, mettendo subito in evidenza la sua propensione al ruolo di portiere. All’età di tredici anni era già uno dei punti di forza dei Bing Boys, una squadra dilettantistica locale. Di lì a poco trovò spazio allo Wellesley Juniors, da dove fu prelevato nel ‘26, quando aveva appena 17 anni, dal già mitico Celtic. Grazie alle sue doti atletiche, John bruciò le tappe e un anno dopo era già titolare della prima squadra.

Di lì a poco conquistò anche un posto in Nazionale. Al termine della stagione ‘30-31 il Celtic, fresco vincitore della Coppa di Scozia, partì per una tournée nel Nord America. La squadra affrontò un’odissea di tredici partite tra New York, Chicago e Montreal. Nonostante il tour de force, Thomson si mostrò in forma impressionante. Il Celtic ebbe accoglienze straordinarie a Montreal, Toronto e Philadelphia, dove un ex giocatore che aveva fatto parte della formazione originale del 1888 affrontò per vederlo giocare un viaggio di 500 miglia. La squadra iniziò con entusiasmo la stagione ‘31-32, e dopo sei partite di campionato aveva già collezionato cinque vittorie. Nell’ultima, un 6-1 rifilato agli Hamilton Accies, Thomson era stato semplicemente fantastico. Un giornale all’epoca indisse un concorso tra i lettori per saggiare la popolarità dei più famosi giocatori scozzesi: il numero uno del Celtic fu Thomson, che raccolse il doppio dei voti del grande bomber Jimmy McGrory. I fans del Celtic erano preoccupati dalle voci che parlavano di un trasferimento del loro numero uno all’Arsenal. Una settimana dopo, il dramma.

C’erano 75.000 persone al primo “Old Firm”, il derby di Glasgow, di quella stagione. Era il 5 settembre del ‘31. Fu una partita macchiata da scontri pesanti fin dal calcio d’inizio. La guerriglia tra bande sviluppatasi nel clima della Depressione sembrava essersi trasferita, quel pomeriggio, dalle strade di Glasgow a Ibrox Park. Fino al 50’ in campo le squadre costruirono poco. Fu in quel momento che a Sam English, centravanti dei Rangers che per la prima volta prendeva parte alla grande sfida, capitò la grande occasione. L’attaccante, sfuggito alla difesa avversaria, filò dritto verso la porta di Thomson. Il portiere abbandonò la linea e mentre l’inglese stava per tirare si tuffò tra i suoi piedi.

English non lo scavalcò e ne risultò uno scontro micidiale, un terrificante scricchiolare di ossa: la palla rotolò a lato della porta, Thomson invece restò inerte sul terreno di gioco. I tecnici e i dottori di entrambe le squadre si precipitarono in campo. Alcuni tifosi dei Rangers, dalla curva di Copland Road, schiamazzarono e agitarono le bandiere alla vista di un avversario a terra. Il capitano dei Gers, Davie Meiklejohn, con un gesto di grande sportività, corse a zittirli, ma i suoi sforzi non ebbero completo successo. Fu subito chiaro che si trattava di un infortunio molto serio: lo sfortunato giocatore venne portato fuori dal campo in barella con una vistosa fasciatura al capo, che sanguinava copiosamente. Il suo posto tra i pali fu preso dal centrocampista Chic Geatons fino al termine dell’incontro, che restò inchiodato sullo 0-0. Nello spogliatoio fu diagnosticata una profonda frattura al cranio e Thomson venne portato all’ospedale Vittoria di Glasgow. I genitori furono convocati con urgenza e arrivarono da Cardenden appena in tempo per vedere il loro figliolo spirare, alle 9,25 di quel maledetto sabato sera. Il lunedì seguente la bara di John Thomson fu portata a Cardenden, il martedì si tenne un’omelia funebre nella chiesa della Trinità di Claremon Street, a Glasgow, durante la quale il capitano dei Rangers lesse l’orazione.

Fu necessario un servizio d’ordine straordinario per contenere la folla che voleva assistere alla funzione. Mercoledì 9 settembre, giorno dei funerali di Thomson, un treno speciale carico di tifosi, con due carrozze stipate fino all’inverosimile di tributi floreali, lasciò la stazione di Queen Street diretto a Cardenden. Un sole limpido brillò sulle trentamila persone accorse nel piccolo villaggio di minatori per dare l’ultimo saluto a John. In mezzo a quella folla c’erano tutti i grandi nomi del calcio scozzese: dirigenti, tecnici, giocatori. Il sabato successivo, prima del match casalingo del Celtic al Queen Park, le cornamuse suonarono un lamento funebre, un trombettiere accennò le note della ritirata e la banda intonò «Lead Kindly Light». I tifosi abbassarono il capo per due interminabili e commoventi minuti di silenzio. I giocatori, entrati in fila indiana, restarono immobili sul campo con lo sguardo rivolto alla tribuna. I Bing Boys, la prima squadra di Thomson, costituirono un comitato per far erigere a Cardenden un monumento al grande e sfortunato figlio di quella terra. Una cappa di tristezza aleggiò sul resto della stagione del Celtic. Che non avrebbe più lottato per il titolo fino alla stagione ‘34-35, quando sarebbe finita al secondo posto a soli tre punti dai Rangers.

 

(da http://it.groups.yahoo.com/group/godsavethefootball/)

Christian Cesarini

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Grande esperto di Calcio Inglese e autore di due Best Seller: English Football Days e Swinging Football
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