FC United of Manchester


 

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 In Gran Bretagna esiste una spiccata inclinazione al do-it-yourself (fai-da-te). Non fa eccezione il Footie (così come il calcio viene affettuosamente chiamato dagli appassionati d’oltremanica) dove, per tutta una serie di motivazioni, alcuni degli storici supporters del Wimbledon, Manchester United e Liverpool hanno fondato un football club ex novo. In principio fu l’AFC Wimbledon (2002), ripartito dai bassifondi della English Football Pyramid e sostenuto da una determinata e competente iniziativa popolare (il Dons Trust); capace di ribellarsi all’umiliazione di tifare una squadra sradicata dal suo luogo d’origine (80 miglia più a nord) e con un nome diverso. Quando parallelamente al Milton Keynes FC (il nuovo nome dell’ex Wimbledon vincitore dell’Fa Cup 1988) è stato fondato l’AFC Wimbledon, in molti videro l’iniziativa dei tifosi fine a se stessa e con i giorni contati. Oggi, dopo svariate promozioni sul campo e un crescente supporto di tifo ed iniziative, l’AFC Wimbledon (che nel frattempo ha vinto la battaglia più importante riappropriandosi dei titoli sportivi del Wimbledon FC), è un club professionistico che disputa la League Two, “appena” un gradino sotto la divisione in cui si cimentano i mal sopportati cuginastri del Milton Keynes.

 

In un momento storico in cui la città di Manchester (con United e City) è la capitale del football d’oltremanica, vi raccontiamo la poetica avventura della terza squadra di Manchester: l’FC United of Manchester. Una realtà che ha come causa scatenante il calcio moderno o, se vogliamo dirla all’inglese ‘corporate football’. A differenza di quanto avvenuto nel sud di Londra con la vicenda Wimbledon, a Manchester, sponda rossa, i tifosi non si sono ribellati ad un cambiamento territoriale o di nome, ma contro una ricca ed arrogante famiglia americana. Accadde tutto nell’estate del 2005, quando i Glazer tolsero lo United dalla borsa valori, rilevando la quasi totalità delle azioni del Manchester United. Un’operazione complessiva di quasi 850 milioni di sterline, con astuto accollo di gran parte della cifra allo stesso Manchester United (ancora oggi a carico). I tifosi del Man Utd si ribellarono, così come avvenne già nel 1998, quando il magnate della tv Rupert Murdoch tentò la scalata al club di Old Trafford. Se nella vicenda Murdoch i supporters dei Red Devils s’imposero, appellandosi ai diritti civili e all’evidente conflitto d’interesse (Murdoch era ed è il proprietario del network Sky), ciò non avvenne nella vicenda del 2005. La battaglia antiGlazer fu totalmente persa, nonostante le rumorose e ripetute proteste di piazza (a volte sopra le righe) e l’estremo tentativo di 30mila membri della Shareholders United di entrare in possesso delle azioni sufficienti a bloccare la scalata del tycoon americano. Fu così che, sull’esempio dei ‘colleghi tifosi’ del Wimbledon, un centinaio di ex frequentatori della leggendaria Stretford End decise di mettersi in proprio, fondando il Football Club United of Manchester. Inaccettabile l’auto indebitamento dei Glazer e troppo forte il richiamo ad un calcio più vicino ed attento alla comunità locale, in contrapposizione al tentacolare corporate football sviluppatosi in Inghilterra con l’avvento della ricca Premier League e l’arrivo dei nuovi magnati stranieri.

 

Dopo aver accantonato il calcio moderno (“<<…perché per entrare nel teatro dei sogni servivano sempre più soldi e una volta dentro ti dovevi sedere vicino a persone estranee, lontano dai tuoi amici di sempre, con un’atmosfera tiepida, i controlli severi, i giocatori sempre più distaccati e la sensazione di essere solo un cliente, di non rappresentare più tutti insieme, tifosi e squadra, una comunità ma una categoria di consumatori…>>”), in breve tempo nacque una nuova realtà calcistica mancuniana (con sede a Bury, periferia di Manchester), con nome e colori identici a quelli del Man Utd, compreso lo storico badge dei mitici anni Ottanta. Il resto è storia: il ‘nuovo United’, partito come l’AFC Wimbledon dai bassifondi, gioca oggi nel torneo top della Northern Premier League, settimo livello della English Football Pyramid, ad appena tre scalini dai professionisti della League Two. Merito dei tanti sponsors che si sono avvicinati fin dai primi giorni di vita al club, ma anche e soprattutto dell’ottima gestione del board eletto dai tifosi membri.

 

Perché come recita lo statuto, molto simile a quello di un ente no profit, l’FC United of Manchester è “un club gestito in maniera democratica dai suoi membri ed accessibile da tutti gli abitanti della Greater Manchester”. Con le dovute ma sempre trasparenti eccezioni, utili allo scopo comune e degne di un club di livello superiore e di successo (merchandising, sito web, radio, match programme e addirittura una TV gratuita via internet).

Il modesto ma caratteristico Gigg Lane Stadium di Bury, casa delle imprese sportive dell’FC United e condiviso con il Bury FC, è frequentato da una media di 2/3mila spettatori a partita (8£ l’ingresso, solamente 2£ per gli Under18), con un picco di presenze (6731 spettatori) raggiunto l’8 dicembre 2010 nel match di Fa Cup contro il quotato Brighton and Hove Albion ed un’atmosfera tale (provare per credere) da ricordare quella dell’Old Trafford anni Settanta/Ottanta.

Se si considera che l’FC United è oggi nell’invidiabile posizione di essere l’unica squadra tra quelle non professionistiche ad entrare nelle cento squadre più tifate del Regno Unito, il futuro non può che essere roseo.

E’ infatti recente la notizia che il club nato dalla protesta verso i Glazer, ha raggiunto ad inizio 2012 il grande obiettivo di raccogliere fondi per 1,6 milioni di sterline (grazie agli sponsors e alle continue donazioni dell’iniziativa Pitch In!) e si appresta a dare vita al progetto di costruzione del proprio stadio. Un vero e proprio sogno, se si pensa da come e dove partì l’avventura. Attraverso un’emissione di azioni del club ed un finanziamento vedrà presto luce il nuovo impianto sportivo, probabilmente nel distretto di Moston, a nord-ovest di Manchester, molto vicino alla zona semicentrale della città dove i verde/oro del Newton Heath FC (ribattezzato poi Manchester United FC nel 1902) ebbero i propri natali nel 1878. Un vero e proprio ritorno alle origini ed un passaggio che non sarà solamente sportivo ma che, come annunciato direttamente dal general manager dell’FC United Andy Walsh, creerà un lascito positivo e duraturo per l’area che sarà scelta e per le generazioni a venire.

Un grande e poetico epilogo, seppur non esente da critiche e giudizi per aver rinnegato l’antica fede verso i Red Devils e loro vincente ed ultra centenaria storia. Ma a sentir loro, i calorosi tifosi dell’FC United of Manchester, quel legame con il Man Utd è rimasto intatto. Non hanno mai veramente cambiato squadra, ma non si sentivano più rappresentati da una realtà calcistica che aveva deciso anche di abolire le lettere FC dal proprio stemma. Per colpa dei Glazer, Football Club non compare più sul celebre badge dei Red Devils; ma a pensarci bene erano le parole più rilevanti, incise sulla maglia ad indicare il legame tra la squadra di calcio e la comunità di riferimento. Non era più un club come pensato da chi lo aveva fondato e come vissuto dai tifosi da sempre, non apparteneva più alla gente, era diventato espressione fredda di un calcio senza anima, senza passione.

 

Chris C.

 

 

 

 

Christian Cesarini

Christian Cesarini

Grande esperto di Calcio Inglese e autore di due Best Seller: English Football Days e Swinging Football
Christian Cesarini

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