Clyde Best


clyde_e01_submitted_jpg_display.jpgOggi si parla di Best. L’altro Best, non il mitico Georgie, bensì Clyde, a suo modo anch’egli una leggenda, un’icona, un simbolo. Forse non del calcio, a dispetto di qualità fisiche e atletiche comunque non disprezzabili, sicuramente però dell’intera popolazione di colore, essendo stato uno dei primi giocatori neri a calcare i campi della massima divisione inglese, quella che oggi chiamiamo Premier League. Accadeva sul finire degli anni Sessanta, quando il 17enne Clyde lasciava il suo paese d’origine, le Isole Bermuda, per effettuare un provino con il West Ham. L’aggancio era arrivato grazie all’inglese Graham Adams, all’epoca commissario tecnico della nazionale delle Bermuda, tra le cui fila Best (nato il 24 febbraio 1951) aveva esordito addirittura all’età di 14 anni. Fisico da boxeur, voce profonda, pelle color ebano; non esattamente il prototipo di attaccante che il popolo degli Hammers si sarebbe aspettato di veder sbarcare ad Upton Park a cavallo tra la fine dei Sixties e l’inizio dei Seventies, ovvero in un’epoca in cui il calcio in Inghilterra rimaneva uno sport ad uso e consumo quasi esclusivo della popolazione bianca e in cui proliferavamo luoghi comuni secondo i quali i giocatori di pelle nera non era adatti a sopportare i rigori del clima invernale, i campi fangosi e la durezza dei difensori inglesi. Un razzismo nemmeno troppo strisciante, se si considerano gli ululati che si udivano in diversi stadi del Regno Unito al momento dell’ingresso in campo di Best, spesso preso di mira anche da certa stampa londinese come capo espiatorio delle sconfitte del West Ham. Sono ancora lontani i tempi di Viv Anderson, il primo giocatore di colore a vestire la maglia della nazionale inglese.
 
Best sbarca non ancora maggiorenne in una Londra già multirazziale (“in aeroporto circolavano persone di ogni nazionalità, ma soprattutto indiani, tanto che mi chiesi se per caso non fossi arrivato a Bombay”), ma non trova nessuno ad accoglierlo, e così è costretto a prendere un bus da Heathrow fino a Victoria Station per poi fermare un paio di passanti e chiedere indicazioni per raggiungere il Boleyn Ground. Essendo domenica però trova lo stadio chiuso; fortuna vuole che nei paraggi si imbatte in un vicino di casa dei fratelli John e Clive Charles, giocatori del West Ham nonché residenti nei pressi di Upton Park. Inizia così l’avventura in terra inglese del giovane Clyde, che il tecnico degli Hammers Bruce Greenwood farà esordire in campionato qualche mese dopo il suo 18esimo compleanno in una partita contro l’Arsenal, il 25 agosto 1969. Ha la scorza dura Best, e ciò a piace a Greenwood. In patria si era abituato alla fisicità di un certo calcio di stampo europeo giocando contro selezioni della Royal Navy, la marina militare delle forze armate britanniche, di stanza alle Bermuda. Impegno e adattabilità sono i suoi punti di forza; “la seconda caratteristica è fondamentale in tutti i giocatori che vivono un’esperienza all’estero”, commenta oggi Best. “Quando sento che alcuni giocatori della nazionale inglese in partenza per una trasferta in Russia si lamentano perché giocheranno su un terreno sintetico capisco che partono già sconfitti in partenza. Sei tu che devi controllare la palla, non viceversa”.
Una filosofia che Best ha applicato in tutte e sei le stagioni spese a giocare accanto a leggende quali Bobby Moore, Geoff Hurst e Martin Peters con la maglia del West Ham, per un totale di 186 presenze in campionato e 47 reti (218 e 57 contando tutte le competizioni), impreziosite dalla vittoria della FA Cup nel 1975, anche se lui ha dovuto guardare i compagni battere 2-0 il Fulham (reti di Alan “Sparrow” Taylor, attaccante prelevato qualche mese prima dal Rochdale, club dell’allora League Two, la quarta divisione, che già nei quarti e in semifinale si era reso protagonista di due doppiette che avevano eliminato rispettivamente Arsenal, sconfitto 2-0, e Ipswich Town, 2-1 al replay dopo uno 0-0) essendo finito in panchina per scelta tecnica del nuovo allenatore del West Ham John Lyall, subentrato a inizio stagione a un Ron Greenwood diventato nel frattempo direttore generale del club. Mentre all’esterno qualcuno continua a deridere quel gigante di colore in maglia claret & sky blue che sbuffa e lotta nel cuore delle difese avversarie, tra i tifosi del West Ham crescono per contro i consensi, tanto che in piena era Subbuteo qualcuno confessa di aver dipinto di nero il figurino di plastica targato Hammers da schierare al centro dell’attacco nelle interminabili partite pomeridiane. Anche nello spogliatoio tutto fila liscio per Best, i cui modi da gentiluomo ne facilitano l’inserimento. “Razzismo? Indubbiamente c’era, ma non nel West Ham. E dai fischi negli altri stadi non mi sono mai fatto impressionare. Giocare a fianco di Bobby Moore, quello poteva farti tremare le gambe. Se oggi uno come John Terry guadagna 130mila sterline alla settimana, quando avrebbe dovuto essere pagato uno come Moore? O come George Best?”. Il Best che invece è stato un inconsapevole apripista alla diffusione dei calciatori di colore nel campionato inglese ha lasciato l’Inghilterra nel 1975 per la NASL (North American Soccer League) statunitense. Tornerà in Europa nell’estate del 1977 per una disastrosa esperienza in Olanda nel Feyenoord, diventando uno dei più grandi bidoni nella storia del club di Rotterdam.
 
Ma questa è un’altra storia. Clyde Best ha terminato la propria carriera giocando sempre nella NASL con il Portland Timbers e successivamente con i canandesi del Toronto Blizzards. Poi è diventato allenatore, operando per molti anni negli Stati Uniti prima di fare ritorno a casa (dal 1997 al 1999 è stato anche ct della nazionale), dove ha trovato una situazione disastrosa dal punto di vista sportivo. “Alle Bermuda i giovani sono bravi con il Nintendo, ma non su un campo da calcio, all’interno del quale non sanno nemmeno come muoversi. Ma temo che a breve questo diventerà un problema mondiale”. In Inghilterra ci è tornato nell’estate del 2006, per ricevere l’onorificenza di Membro dell’Impero Britannico (MBE) assegnatagli per i servizi resi al mondo del calcio e alla propria comunità nelle Bermuda. Questa volta ad attenderlo all’uscita dell’aeroporto c’era un piccolo gruppo di persone. Prima di dirigersi a Buckingham Palace gli rimaneva però una cosa da fare; andare a comprarsi un bel cappello, un top hat, di quelli a cilindro alla Fred Astaire, che avrebbe reso ancora più impeccabile il suo completo nero griffato. Ne ha scelto uno da 500 sterline, sua moglie non ha battuto ciglio. Era davvero the Best. Almeno fino a quando scese dal taxi di fronte alla residenza dei reali d’Inghilterra. “Sicurezza, signore”, gli disse un gorilla grosso quanto lui, “devo chiederle di consegnarmi il cappello. Non può portarlo dentro”. Com’era bella Londra quarant’anni prima.
 
 
di Alex Cordolcini, tratto da UK Football Please n.22
Christian Cesarini

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Grande esperto di Calcio Inglese e autore di due Best Seller: English Football Days e Swinging Football
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