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Gli anni Ottanta hanno rappresentato il decennio più nero della storia
del calcio inglese. La violenza dei tifosi, che ebbe il suo culmine con
i fatti dell’Heysel nel maggio del 1985, e l’inadeguatezza degli stadi
e dell’intero sistema di gestione del football d’oltre Manica finirono
per punteggiare di lutti un periodo di per sé ricco di tensioni sociali.
Il
beautiful game trova il suo nadir un sabato d’aprile a Sheffield, dove
è in programma la semifinale di FA Cup tra Liverpool e Nottingham
Forest.
Quel fatidico 15 aprile del 1989 fin dal mattino
l’autostrada M62 è un’unica lunga fila di macchine, il traffico è
congestionato a causa di una serie di lavori in corso, per cui l’arrivo
a Sheffield per moltissimi tifosi avviene più tardi del previsto. In
tanti allora si accalcano a ridosso delle entrate dell’Hillsborough
Stadium, l’impianto del Wednesday scelto come sede del match. Il
servizio d’ordine latita. Come se non bastasse, per accedere alla
Leppings Lane, la gradinata destinata ai supporter dei Reds, ci sono
solo sette tornelli.
In via del tutto ipotetica quel settore di
Hillsborough dovrebbe contenere fino a 10mila tifosi, sebbene la
suddivisione in sette spicchi recintati, voluta anni prima dalla
polizia per controllare meglio i flussi della folla, riduca la
capienza, contribuendo a creare delle specie di lugubri e gigantesche
gabbie. Ma questo elemento, allorché furono venduti i biglietti, non fu
preso in considerazione. La gradinata inizia a ingrossarsi come un
fiume in piena ma colpevolmente nessuno pensa a convogliare i tifosi lì
dove c’è maggiore spazio e disponibilità di posti. Man mano che passano
i minuti in tanti finiscono per essere schiacciati contro la rete di
protezione. La trappola mortale è scattata. Nonostante la situazione
già fuori controllo, le forze dell’ordine non trovano niente di meglio
da fare che chiudere una porticina che dà un minimo di accesso al
campo, aperta in qualche modo da alcuni tifosi. I poliziotti sono
accecati dalla paura degli hooligans e inizialmente spingono indietro i
gruppetti di fan del Liverpool che sono riusciti a salvarsi entrando
sul terreno di gioco, a partita iniziata da una manciata da minuti.
Solo in un secondo momento un agente si rende conto dell’immane
tragedia che si sta consumando davanti ai suoi occhi e facilita
l’ingresso in campo di decine di disperati, il cui intento è tutt’altro
che bellicoso. Cercano solo di salvarsi la vita. Qualcuno viene tirato
su a braccia verso il secondo piano della Leppings Lane, evitando il
peggio. Molti non ce la fanno, morendo soffocati in un magma infernale
di corpi. Scorrendo l’elenco delle vittime ciò che colpisce di più è la
giovane età di tanti dei 96 che persero la vita in quella maledetta
curva.
Le colpe della mattanza sono da ascrivere alla mancanza
di sicurezza dello stadio e alla pessima gestione dell’ordine pubblico
da parte della polizia e degli addetti ai lavori. Oltre, ovviamente,
alla vetustà e all’inadeguatezza dell’impianto, fornito di recinzioni
in ferro che segnarono per sempre il destino di quasi cento persone.
La
Green Guide del 1973, realizzata dopo il disastro di Ibrox Park del
1971, obbligava i club ad avere un certificato di sicurezza per gli
stadi. Quello dello Sheffield Wednesday per Hillsborough era scaduto da
dieci anni, senza che nessuno tra i dirigenti delle Owls se ne fosse
fatto un cruccio. Eppure c’era già un precedente inquietante di soli
otto anni prima, quando durante la semifinale di FA Cup tra Tottenham e
Wolverhampton alcuni tifosi rimasero feriti a causa della ressa su
quelle stesse gradinate.
Alcuni alti dirigenti delle forze
dell’ordine provarono ad influenzare l’esito dell’indagine, coprendo
così le loro colpe. Alla fine nel 1991 la giuria stabilì che
l’incidente era occorso per cause accidentali; le manchevolezze del
club e dei vertici della polizia furono stigmatizzate solo in maniera
molto blanda. A nulla servirono i ricorsi contro la sentenza e le
richieste inoltrate al governo affinché fossero riaperte le indagini.
La Hillsborough Justice Campaign, costituita dai parenti delle vittime
e dai sopravvissuti, sta ancora combattendo strenuamente affinché sia
fatta piena luce su quei terribili fatti. Ma ogni anno che passa le
speranze si assottigliano.
Nel 1989 il dramma di Sheffield mise
sotto shock un Paese intero. La solidarietà e la partecipazione della
grande famiglia dei tifosi fu unanime. Per molti giorni il manto erboso
e le tribune di Anfield Road furono ricoperte da un tappeto multicolore
di sciarpe e bandiere di centinaia di squadre britanniche, a riprova di
un lutto sentito e condiviso da tutta la comunità del football.
Dopo
però si dovette tornare a giocare. Il Liverpool si sbarazzò del
Nottingham e raggiunse la finale di Wembley dove, ironia della sorte,
ad attendere i Reds c’erano i cugini dell’Everton. Per una volta le due
tifoserie, divise dalla classica rivalità stracittadina, si univano nel
ricordo di un pomeriggio di dolore che aveva colpito Liverpool, a
prescindere dai colori che si indossavano. Come è ovvio che fosse, quel
derby fu un match molto, molto particolare. Sugli spalti dell’Empire
Stadium tra i 100.000 presenti regnava un’atmosfera dimessa, di grande
commozione. In campo le due squadre fecero di tutto per onorare la
memoria di chi non c’era più. La sfida fu bella, vibrante, piena di
capovolgimenti di fronte, con l’Everton sempre a rincorrere, per poi
finire sconfitto 3-2 nei supplementari. L’eroe di quella strana partita
fu Ian Rush, che segnò una doppietta partendo dalla panchina. Suo fu
anche il gol decisivo marcato al 103’.
Poi quel Liverpool, che
stava per imboccare la via del declino dopo aver dettato legge per
tutti gli anni Ottanta, fallì l’impresa del double, la doppietta
coppa-campionato, perdendo ad Anfield nel famosissimo match con
l’Arsenal immortalato da Nick Hornby nel suo Fever Pitch. Michael
Thomas divenne The History Man allorché trafisse Bruce Grobbelaar a
pochi secondi dal fischio finale, così da regalare ai Gunners la più
incredibile delle vittorie in campionato. Ma per i kopites, coloro che
avevano eletto come domicilio della loro fede la Kop, e tutti gli altri
fan del Liverpool quella non fu una sciagura. Le sciagure, purtroppo,
erano ben altre.
Di Luca Manes
Tratto dal blog di Luca Manes: Uk Footy
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