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Se chiedete a un tifoso del Celtic chi è stato il più grande giocatore
della storia del calcio, la sua risposta vi lascerà sbigottiti: “Jimmy
Johnstone”. In Italia, il suo nome è pressoché sconosciuto, al limite,
se lo potrà ricordare qualche tifoso dell’Inter non più giovanissimo,
perché Johnstone giocava all’ala nella mitica squadra dei “Lisbon
Lions”, la formazione del Celtic che vinse la Coppa Campioni 1967,
sconfiggendo a Lisbona i nerazzurri. A Glasgow, è tutta un’altra cosa.
Jimmy Johnstone, detto “Jinky”, è una vera e propria leggenda e la sua
morte, avvenuta il 13 marzo 2006, è stata una vera e propria tragedia.
A 62 anni, l’ex numero 7 dei “Bhoys” è stato stroncato da una malattia
neuronale che rientra nello stesso gruppo epidemiologico del Morbo di
Lou Gehrig, causa della morte di vari campioni del passato. Nei cinque
anni passati tra la diagnosi della malattia e la sua morte, Johnstone
non ha mai voluto arrendersi, bensì ha cercato di dribblare il destino
come un tempo faceva coi difensori avversari. Pur gravemente malato,
incise un disco con il celebre gruppo rock dei Simple Minds, per
raccogliere fondi a favore della fondazione che porta il suo nome e che
ancora oggi cerca di aiutare chi si trova nella sua stessa situazione.
Nella rilettura di “Dirty Old Town”, un classico folk scritto da Ewan
McColl, il cantante Jim Kerr ha cambiato una parte del testo per
rendere omaggio al suo idolo di gioventù: “Ho sentito un
fischio/arrivare dal porto/Ho visto Jimmy Johnstone/incendiare la
notte”. Kerr, che abita a Taormina, ma che da sempre è tifosissimo del
Celtic, spiega: “Jinky era un motivo di orgoglio per tutti noi
scozzesi. A Los Angeles, dove ci trovavamo per registrare un disco, un
tassista russo ci chiese informazioni su quel piccoletto dai capelli
rossi. Noi siamo un popolo che ama coloro che lottano per superare i
loro limiti, compresi quelli fisici”. Un altro celebre musicista e
calciomane, Rod Stewart, ha reso omaggio alla forza di volontà del
campione scomparso: “Sono diventato tifoso nel Celtic nel ’71, proprio
grazie a lui, che mi aveva contagiato col suo entusiasmo. Al termine
della sua lunga malattia, il suo corpo era immobile, ma il suo sorriso
aveva ancora la luce di un tempo”. In tutto il mondo, le varie comunità
irlandesi (il Celtic è la squadra degli immigrati dall’Isola di
Smeraldo, ndr) hanno ricordato la figura di Johnstone in vari modi, ma
l’omaggio che più ha colpito è stato quello dei tifosi dei Rangers,
nonostante l’odio politico e religioso che separa le due squadre di
Glasgow. Un esempio di questa acrimonia? La poesia scritta da Thomas
O’Cartaigh proprio in onore del grande Jimmy e intitolata “He plays on
the pitch of Heaven”: “gli angeli e i santi del Paradiso/recitano le
preghiere delle rette anime del Celtic/i demoni dei Rangers fuggono
impauriti/ perché sulla fascia c’è Jinky!”.
Ben due film sono stati
realizzati per ricordare la figura di Johnstone. Il primo si chiama
“The Lord of the Wing” (“il Signore della fascia”, con un evidente
richiamo a “The Lord of the rings”, cioè “il Signore degli anelli”), ed
è stato realizzato dalla branca scozzese della BBC. Billy Connolly
ripercorre la vita di un personaggio che nel 2002 venne eletto dai
tifosi come “miglior giocatore del Celtic di ogni tempo”, attraverso le
testimonianze di icone del calcio come Eusebio, Cruyff, Di Stefano,
Zidane, Beckham, Raùl, Best, Bobby Charlton, Larsson, Ferguson, O’Neill
e molti altri. E’ stato proprio durante le riprese di questo film che
Johnstone ha inciso “Dirty Old Town”, pubblicata su un CD che contiene
anche “Lord of the Wing”, eseguita da John McLaughlin, e “Commemoration
(Jinky’s farewell)”, incisa da Laura McGhee dopo la morte del campione.
Come se ciò non bastasse, a novembre è uscito un secondo film, “A
Bhoy’s life”, per celebrarlo ulteriormente. Tanto affetto si spiega con
le vittorie di Johnstone, ma soprattutto per quello spirito da
“guerriero” che ne connotò tanto le imprese sportive, quanto la
battaglia contro la malattia. Billy McNeill, capitano dei “Lisbon Lions”,
ha detto: “Jimmy è stato per noi un grande compagno e un grande amico.
E’ stato un onore per me giocare con un campione del suo calibro, ma
soprattutto lo rispetto per il modo in cui ha reagito alla sofferenza”.
Un altro ex giocatore del grande Celtic, Bertie Auld, ha aggiunto: “Che
fosse un fenomeno del calcio lo sanno tutti, ma era anche una delle
persone più belle del mondo. Non si è mai lamentato, nonostante la sua
lunga malattia, e ogni volta che lo incontravo mi dava una forza
incredibile”. Oltre alla storica Coppa Campioni del ’67, col Celtic
Johnstone ha vinto 9 campionati (consecutivi), 4 Coppe di Scozia e 5
Coppe di Lega. In nazionale, ha giocato 23 volte: poche, per un
calciatore che ha totalizzato 515 presenze e 129 gol coi cattolici di
Glasgow. Figlio di Matthew e Sara Johnstone, Jinky nacque il 30
settembre del ’44 nel North Lancashire, a Viewpark e più precisamente
nel distretto di Bothwell. Nella devastazione lasciata dalla guerra,
insieme ai suoi amici ingannava la povertà e gli stenti grazie al
calcio, giocato per strada e spesso con bottiglie, lattine o stracci al
posto di un vero e proprio pallone. Per sua fortuna, al giovane Jimmy
capitarono degli insegnanti che condividevano la passione per lo sport.
Venne automatico fondare la squadra della scuola, la St.Columbia
Primary, con la quale il futuro fenomeno mise in mostra le sue capacità
fin dai 10 anni, permettendo all’istituto di collezionare trofei su
trofei. Una volta passato alla scuola successiva, la St.John the
Baptist, Jimmy si trovò inserito in una squadra decisamente più scarsa,
ma il professore di educazione fisica, Tommy Cassidy, notò il suo
talento e lo segnalò al suo amico Sammy Wilson, stella del Celtic. A 13
anni, Johnstone giocava nelle giovanili dei “Bhoys” e il sabato faceva
il raccattapalle per la prima squadra. A lanciarlo tra i grandi fu il
mitico Jock Stein, che lo schierò all’ala destra, nel tentativo di fare
dei biancoverdi una formazione più giovane e tecnica.
Nonostante il
corteggiamento del Manchester United, Jinky debuttò nel Celtic il 21
marzo ’63, cominciando una storia d’amore che nemmeno la morte ha
saputo interrompere. Dopo la vittoria della Coppa di Lega sui Rangers,
davanti a quasi 108.000 spettatori, il piccoletto dai capelli rossi
divenne indispensabile per Stein. Un chiaro esempio fu la tournèe
americana del ’66: il tecnico, a corto di giocatori da mandare in
campo, chiese a Jimmy di rinviare il matrimonio con la fidanzata Agnes,
rimasta ad attenderlo in Scozia. Johnstone rifiutò e ripartì verso casa
come da programma, dopo una discussione piuttosto accesa con
l’allenatore. Jinky odiava volare e questo rappresentava un problema
non di poco conto, specialmente in Coppa Campioni. Prima di un doppio
confronto con la Stella Rossa, Stein promise a Johnstone che lo avrebbe
esentato dal viaggio a Belgrado, se avesse provveduto a sistemare le
cose già nella gara di andata a Glasgow: finì 5-0, con due gol e tre
assist del folletto della fascia. Nel ritorno, però, dovette scendere
regolarmente in campo: “Non vorrai mica privare i tifosi slavi della
visione del tuo talento?”, gli disse Stein. Nonostante un fisico
davvero poco atletico, Jimmy ha giocato per oltre 12 anni ad altissimo
livello, senza mai subire gravi infortuni. Tutto merito della sua
agilità e dei suoi dribbling ubriacanti, che gli permettevano di farsi
beffe dei terzini avversari, pronti a fermarlo con qualsiasi mezzo.
Nella semifinale di Coppa Campioni del 1970, il Celtic affrontò il
Leeds e la sfida di Elland Road viene ricordata così da Tommy Gemmell:
“Credo da quella notte Terry Cooper, il terzino degli Whites, abbia gli
incubi ogni volta che qualcuno gli nomina Johnstone. Norman Hunter gli
urlava di falciarlo, ma lui non riusciva neanche ad arrivargli vicino.
Allora chiese ad Hunter di dargli una mano: Jimmy evitò entrambi con
una specie di passo di valzer e proseguì la corsa verso la porta”. Poco
disciplinato ed incline a clamorose ubriacature, Johnstone ha saputo
ampiamente compensare i suoi limiti fisici con il talento ricevuto in
dono dal cielo. La sua più grande impresa è stata la vittoria di
Lisbona, su un Inter favoritissima: “Loro avevano gente come Facchetti,
Mazzola e Domenghini -disse il geniale piccoletto- Tutti grandi
campioni, ma anche atleti con fisici pazzeschi e sorrisi da star del
cinema: penso che, vedendoci entrare in campo, ci abbiano scambiato per
nani del circo”. La leggenda narra che Johnstone e i suoi compagni si
siano caricati prima della partita cantando canzoni popolari celtiche,
ma di fatto il loro ritmo ha travolto l’Inter, inducendo la stampa a
descrivere il gioco del Celtic come “il calcio totale olandese, ma a
velocità doppia”. Quel Celtic, tutto formato da ragazzi nati a Glasgow
e zone limitrofe, rimontò la rete di Mazzola e vinse 2-1 grazie a
Gemmell e Chalmers, realizzando così la più grande impresa nella storia
del football scozzese. Tre anni dopo, i “Bhoys” tornarono a giocarsi la
finale della Coppa Campioni, a San Siro, cedendo però al Feyenoord per
2-1 ai supplementari. Prima di chiudere la carriera, Jinky non si è
negato una parentesi americana nei San Josè Earthquakes, per poi
tornare in Gran Bretagna nel ‘75 e giocare con Sheffield United,
Dundee, Shelbourne e Elgin City. Nel 2005, gli venne dedicata una delle
famose uova di pasqua Fabergè, tempestata di pietre preziose. Era dal
tempo degli Zar di Russia che tale onore non toccava ad una persona
ancora vivente! Il suo funerale, celebrato nel giorno di San Patrizio,
festa nazionale irlandese, ha visto migliaia di tifosi di Celtic e
Rangers sfilare fianco a fianco, pacificamente. L’ultima telefonata
della sua vita gli è arrivata da Willie Henderson, un tempo avversario
con la maglia dei “Gers” e poi diventato suo grande amico. E’ stata
l’ultima magia del folletto che, con i suoi numeri, sapeva incendiare
la notte.
di Lorenzo Zacchetti
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